Sarà la guerra che ci gira intorno: cercansi 007 per ritrovare l’intelligence smarrita

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Bond, Palmer e Smiley: la nostalgia canaglia delle spie nel mondo diviso in due

La guerra ci ronza attorno. Sta diventando un rumore di fondo e, come tutti i rumori di fondo, alla fine ci si abitua… ovviamente a patto che non cresca di intensità. A nessuno piace finire in mezzo alle tempeste. Ma proprio per evitare l’assuefazione al crepitare di questa pioggerella distante, intendo proporvi un percorso bellico tra lettere e cinema.

Perché facciamo la guerra? Una bella risposta l’ha ricamata Von Clausewitz: la guerra è la continuazione della contesa politica con altri mezzi. Che è un po’ come dire che il fuoco del conflitto cova sempre sotto la cenere, se resterà nel focolare o appiccherà un incendio sta a noi, alla nostra capacità di gestire il problema con intelligenza. E alla nostra onestà nell’ammettere che il fuoco, per dirla con David Lynch, cammina con noi.

Oggi – mentre crepitano roghi a livello globale – si fa un gran parlare di terza guerra mondiale con contorno di minacce nucleari e si moltiplicano i presunti pompieri (e tra questi anche vari piromani) intricando la matassa delle contese in una maniera che rende davvero difficile trovare il bandolo.

La terza guerra mondiale in effetti c’è già stata. Ecco, non si trova sui libri di storia perché non è stata dichiarata. Non si è combattuta in maniera convenzionale, visto che uno scontro a colpi di missili intercontinentali con testate nucleari sarebbe stata la fine della “parentesi” umana sulla Terra. Non potendosi scambiare “sassate atomiche”, i due principali avversari del tempo, ossia Usa e Unione Sovietica, hanno usato altri scenari con tante pedine. Ci sono stati vari scontri regionali e continentali, dove le parti erano divise in base a orientamenti e interessi opposti, o semplicemente al miglior offerente.

L’altra faccia di questa guerra globale – senza trincee ma non meno letale – era quella condotta sottotraccia, da singoli personaggi con identità multiple: la guerra delle spie. Lo stallo termonucleare favorì la proliferazione di “occhi indiscreti” e “gole profonde” disposte alla corruzione e al tradimento per tornaconto o ispirazione ideologica.

Non che lo spionaggio sia un’invenzione della guerra fredda, ma possiamo dire che in quel periodo – dal 1945 alla caduta del muro di Berlino nel 1989 – la pratica ha raggiunto l’apice in raffinatezza, cinismo e… paranoia. Non è quindi un caso che le opere di Graham Greene, Ian Fleming, Len Deighton e John Le Carrè abbiano in quell’arco di tempo abbiano venduto milioni di copie: pur raccontando storie di intrigo e avventura, il pubblico avvertiva che erano invenzioni non troppo distanti dalla realtà. Il conflitto era in corso, sotterraneo, giocato nelle ombre, ma autentico.

Di Fleming e del suo indomabile eroe, James Bond, c’è poco da aggiungere: determinato, astuto, scommettitore, conquistatore e soprattutto letale. Lo 007 – in particolare quello cinematografico – ha una personalità dirompente: la sua “copertura” consiste nel stare alla luce del sole, nel provocare reazioni scomposte in modo da disarticolare piani perfetti, o quantomeno diabolici.

Visto in profondità Bond è un discreto kamikaze: si getta nell’azione con foga sportiva, esattamente come un atleta che vuole portare a casa in risultato. Sprezzante del pericolo e delle sue conseguenze, perché ne ha fatto un mestiere. Incline a cogliere l’attimo prima che svanisca, a bere sorsi di vita senza troppi rimorsi perché sa che la morte arriva senza farsi annunciare.

Per questi motivi le interpretazioni più calzanti di James Bond al cinema sono quelle del primo rude e amabile Sean Connery (al netto delle pretese del seduttore infallibile), del pettinato e scattante Pierce Brosnan (che unisce la freddezza di calcolo all’audacia disperata) e infine del monoespressivo e ombroso Daniel Craigh (anche se a tratti il suo impeto rasenta drammatiche pulsioni autodistruttive). Questo senza togliere nulla alla bravura delle altre star che hanno segnato epoche con la loro interpretazioni di 007: Roger Moore ha snaturato il personaggio, ma lo ha reso una icona di portata planetaria, George Lazenby ha aggiunto un vivo tocco di umanità e Timothy Dalton ne ha espresso i lati vulnerabili.

Un’altra spia celebre made in Great Britain è il protagonista dei libri di Len Deighton (Ipcress file è l’esordio nel 1962): il suo eroe (non nominato, anche se nei film prende l’anagrafe di Harry Palmer) è un soggetto poco appariscente ma grande osservatore, fuori dagli schemi dell’eroe prestante dai riflessi d’acciaio, preferisce coltivare letture e interessi vari (il più inusuale è quello della cucina domestica: ricordate che siamo negli anni ’60 e il modello dell’uomo ai fornelli va bene soltanto al ristorante) oltre ad essere molto attento nell’analisi psicologica dei suoi avversari.

Michael Caine ha incarnato la figura di Palmer con il suo tocco elegante e una punta di humor nei film Ipcress file (1965), Funerale a Berlino (1966) e Un cervello da un miliardo di dollari (1967) (tralascio volutamente quelli più “tardi” Bullet to Beijin e Midnight in Saint Petersburg nda). Ogni storia ha un tema specifico: se Ipcress è un racconto sulla minaccia del condizionamento psichico come forma di controllo e strumento di offesa, il Funerale è più classico nella tela dell’intrigo. Invece Il Cervello è una sorta di iperbole che proietta il mestiere dello spionaggio sulla pista tecnologica per fargli compiere un gran capitombolo.

Deighton non ha simpatia per la “causa”. Diversamente dal Bond di Fleming che è un “impiegato” con licenza di uccidere, Palmer tiene a conservare la propria morale, non è disposto a tutto pur di arrivare al risultato. Certo, è consapevole che non può permettere all’altra parte di vincere, soprattutto perché Palmer sa di essere in prima linea e il primo a rimetterci la pelle sarebbe proprio lui. Insomma Deighton propone il punto di vista di un soldato sul campo di battaglia, pronto a combattere ma non disposto a cancellare il suo spirito critico.

Michael Caine offre una delle sue interpretazioni magistrali nei panni di Palmer: occhialuto, arguto, indagatore nella misura di un buon giocatore di scacchi che è consapevole di essere una pedina sulla scacchiera. In ogni mossa infatti c’è il dubbio di ritrovarsi vittima di “fuoco amico”. Nonostante ciò Palmer ha il gusto dell’avventura senza sfarzo, conosce l’importanza dei piccoli piaceri della vita.

Al terzo vertice del triangolo spionistico troviamo i personaggi narrati da Le Carré. Si tratta spesso di alti burocrati di lungo corso, consumati doppiogiochisti che raddoppiano la posta o triplicano la recita fino al logoramento, fini ricattatori e brutali “cacciatori di scalpi”. Non è gente che può mettersi in vista, sono spesso individui grigi e metodici, frustrati e nevrotici, inclini all’alcolismo e altri vizi inconfessati. La spia sa circuire – con lusinghe e minacce – e sa farsi convincere – per ottenere o vendere – pertanto occorrono capacità di giudizio e conoscenza delle debolezze.

Il carosello di umanità che mette in scena Le Carré è necessariamente meno variopinto e manicheo rispetto a quello di Fleming: se 007 di solito sfida un’organizzazione attirando su di sé tutta l’attenzione in modo che il complotto venga alla luce. Al contrario gli “eroi” di Le Carrè sono spesso alle estremità di una complessa tela di ragno e si limitano a pizzicare qualche corda per suscitare l’effetto desiderato.

George Smiley è il protagonista di un ciclo ideato da Le Carré: appartiene alla cerchia suprema del servizio segreto britannico, anche se la sua posizione appare sempre un po’ defilata. Smiley (interpretato tra gli altri da sir Alec Guinness) è un signore oltre la mezza età, poco disposto a scomporsi, esemplare nel cogliere segnali e dettagli utili a ricostruire piani che non sempre hanno a che fare con la logica. Sherlock Holmes non andrebbe a segno in un mondo dove la menzogna è la norma e la verità può essere una bugia meglio confezionata. Per la ragion di Stato ovviamente.

Le Carré stacca il biglietto del successo nel 1963 con La spia che venne dal freddo: storia di Alec Leamas, un operatore mortificato da una serie di insuccessi che si vota ad una rischiosa missione fingendosi disposto a tradire. Il piano perfetto non si rivela tale – come da manuale – però si apprende molto delle dinamiche spietate e i metodi senza scrupoli usati di questo conflitto sotto la superficie del reale.

Gli ideali e le ideologie che dovrebbero essere un faro per orientare le azioni, non sono che dei paraventi per mascherare la lotta per il predominio. Scontri vecchi come il mondo che oppongono gruppi di interesse, nazioni e singoli maniaci dall’eloquio persuasivo. In mezzo ci siamo noi, barchette scosse nel mare degli eventi, che appunto cercano di restare a galla in uno scenario in cui è difficile orientarsi. E con noi, ci sono anche le spie.

Interessante il dialogo sulle motivazioni della defezione dell’agente inglese (che nel film è interpretato da uno splendido e alcolico Richard Burton). Durante l’interrogatorio condotto dalla controparte sovietica, Leamas insiste nel sostenere che lo fa per soldi, visto che dopo 20 anni nel servizio lo hanno lasciato con un pugno di mosche.

-Non credo a Babbo Natale, a Dio o Karl Marx. Non credo in nessuna delle cose che scuotono il mondo.

-E come riesce a dormire? Almeno avrà una filosofia?

-Mi riservo il diritto di essere ignorante. Questo è lo stile di vita occidentale.

-Non avrei saputo dirlo meglio (…) lei pensa che l’ignoranza sia un avanzamento nella comprensione del mondo, è così: combattete per l’ignoranza!

La dichiarazione di Leamas è importante perché ha molte facce: indubbiamente è la confessione di un uomo stanco di false spiegazioni, di ordini che non hanno effetti costruttivi ma si risolvono in un o spreco di vite e materiali. Però è anche vero che l’ignoranza facilita la gestione del potere: troppi interrogativi rischiano di incrostare gli ingranaggi: ammettere di appartenere al partito degli ignoranti significa dare l’avallo allo statu quo della guerra sotterranea.

Leamas in pratica consegna la sua lettura del mondo: ho visto i suoi difetti, li ho compresi, cerco di dimenticare. Un’approccio alla vita che, confessiamolo, somiglia al nostro: di fronte alla valanga di situazioni problematiche e potenzialmente pericolose si è portati a dire… finché la barca va.

Ma è veramente così per chi opera dietro le quinte? Sì e no. Nell’ambiguità si vive la pienezza della dimensione spionistica. E questa ambiguità è incarnata dal già citato personaggio di Smiley. Un uomo dalle particolarità davvero notevoli: calma olimpica, mente analitica ma non chiusa nella razionalità, conosce alla perfezione la paletta delle emozioni e sa servirvene per piegare l’interlocutore nel corso della sua indagine.

I suoi dialoghi interroganti sono un magistrale esempio di “maieutica” dello spionaggio: anche l’interlocutore più blindato, l’attore più rodato non possono evitare di rivelare qualche elemento utile alla ricostruzione della verità nascosta. Malgrado i tentativi di intorbidire il discorso, di confondere le motivazioni arrivando anche all’offesa (costantemente a Smiley viene chiesto: ”come sta tua moglie?”, ben sapendo che è una nota fedifraga che si balocca tra artistucoli, politici e colleghi del marito) Smiley non cede, non presta il fianco, usa il bisturi della domanda e cuce frammenti informi.

Nel libro Tinker, taylor, soldier, spy (1974) si narra di una falla nel Servizio segreto inglese ad alto livello, nella cerchia interna, l’ufficio che sovrintende a tutte le maggiori operazioni. Smiley parte da una posizione di svantaggio: è stato allontanato da un gruppo di colleghi più giovani e “performanti” e dai buoni appoggi politici. La vecchia volpe si pone perciò come un esule che si riaccosta umilmente alla tavola rotonda, ricevendo scarsa collaborazione, battute sferzanti e commenti tranchant.

Smiley non si scompone, anzi ricompone con pazienza il puzzle di un affresco insospettabile, sommerso dietro strati di menzogne e finzioni, che hanno toccato anche i suoi affetti personali. Il cuore è spesso rivelatore nei racconti di Le Carré: il sentimento può essere camuffato o simulato però rimane sempre la chiave per ricostruire la mappa degli interessi primari che indicano gli itinerari pianificati nella foresta delle possibilità.

La capacità di “leggere” le motivazioni altrui è un aspetto fondamentale della guerra di spie. Non a caso i servizi segreti sono chiamati “intelligence”, dal latino “intelligere” ossia comprendere valutando le informazioni a disposizione. L’intelligence è l’arte apprendere il non detto, di andare oltre l’evidenza. Facoltà non da poco in una realtà colma di informazioni

Se torniamo alle nostre disgrazie quotidiane, osserviamo che i conflitti odierni siano stati accomunati da un’aura di imprevedibilità, dalla mancanza di un preavviso capace di far percepire all’opinione pubblica il rischio di conflitto.

Certo, qualcuno ha gridato “al lupo!” e non è stato ascoltato, non è stato preso seriamente in considerazione. Occorre ammettere che l”attuale classe politica ormai pedala su piste autoreferenziali e si pasce di storytelling (dicesi panzane nda) votati a generare consenso più che a badare alle prospettive di medio lungo termine.

Vero anche che il “gioco” dello spionaggio è mutato, il confronto globale non vede solo due avversari, i “tavoli” si sono moltiplicati, gli interessi si sono sovrapposti e gli scenari intricati. Ma ciò non toglie che, in questa cosiddetta terza guerra mondiale strisciante, si avverta un vuoto: la scomparsa di soggetti capaci di operare nell’ombra e in silenzio per mettere una pezza ai tanti guasti dell’ordinaria follia. Insomma servirebbe la vecchia e capillare intelligence, votata stavolta non all’egemonia, bensì all’armonia mundi.

Gianlorenzo Barollo

Gianlorenzo Barollo

È un alter ego professionale attratto dall’amatorialità e gran cultore del perseverare nell’errore che ci fa umani. Per pochi ma belli è noto come autore del bestial seller “I pensierini di Mosè” e di “Triscaidecafobia”.

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